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La secchia rapita

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La Secchia Rapita, poema di nuova spezie inventata dal Tassone, contiene una impresa mezza eroica e mezza civile, fondata su l'istoria della guerra, che passò tra i Bolognesi e i Modanesi al tempo dell'imperador Federico Secondo, nella quale Enzio re di Sardigna, figliuolo del medesimo Federico, combattendo in aiuto de' Modanesi, restò prigione e prima d'esser liberato morí in Bologna, come oggidi ancora può vedersi dall'epitafio della sua sepoltura nella chiesa di S. Domenico. La secchia di legno, per cagion della quale è fama che nascesse tal guerra, si conserva tuttavia nell' archivio della Catedrale di Modana, appesa alla volta della stanza, con una catena di ferro, quale dicone che servisse a chiudere la porta di Bologna, per onde entrarono i Modanesi quando rapiron la Secchia.

Si apriva con queste parole (firmate Il Bisquadro) la prima edizione italiana de La secchia rapita di Alessandro Tassoni.
Il poema eroicomico in ottava rima, intitolato semplicemente La secchia, era già stato pubblicato a Parigi due anni prima, ma sappiamo, per diretta testimonianza dell’autore, che alla sua composizione Tassoni attese nel biennio 1614-1615.

La secchia rapita è una parodia del genere epico teorizzato dal Tasso. In una lettera del 1616, lo stesso Tassoni arrivò a definire la sua opera “un capriccio spropositato, fatto per burlare i poeti moderni”.

Il poema in realtà segue puntualmente la struttura e il canone epico, rispettando altresì i principi di unità di azione, del fondamento storico, dell’uso del “meraviglioso” e della rispondenza dello stile alla materia. L’ironia è quindi lasciata al futilissimo motivo della guerra: lo scontro, avvenuto a Zappolino nel 1325, scoppia infatti perché i modenesi rubano una secchia ai bolognesi.
Anche la cronologia è usata con estrema libertà, sovrapponendo al ricordo della battaglia di Fossalta (1249), alla presa di Castelfranco (1323) e all’aiuto di Ezzelino ai modenesi (1247).

Tutto il canto viii è infatti dedicato all’intervento di Ezzelino, sollecitato da Federico ii, nella guerra tra i modenesi (alleati imperiali) ed i bolognesi (gli alleati del Papa, che tengono prigioniero Re Enzo, figlio dell’imperatore): Ezzelino scende in campo mobilitando un esercito proveniente da tutti i suoi domini veneti: dal padovano, dal vicentino, dal trevigiano e dal veronese.

11
De l'orribile pugna il gran successo
sparse intorno la fama in un momento,
onde ne giunse a Federico il messo
che sospirò del figlio il duro evento.
Scrisse a gli amici e maledí sé stesso,
che fosse stato a quell'impresa lento:
ma sopra tutti scrisse ad Ezzelino
che di Padova allor tenea il domino.

12
Ezzelin, come udí che prigioniero
del suo signore era il figliolo, in fretta
armò le sue milizie, e fe' pensiero
di farne memorabile vendetta.
(…)

Ezzelino è qui condottiero e leale amico di Federico, “tiranno” è ormai titolo con cui la storiografia l’ha insignito e a cui anche il Tassoni ricorre, descrivendolo però, non già come un demonio assetato di sangue o guerrafondaio, ma come coraggioso ed intrepido guerriero, capace di armare il suo popolo per rispondere alla richiesta di aiuto dell’Imperatore.

 
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