Sono pochissime le informazioni in nostro possesso sulla più importante raccolta di novelle prima del Decameron.
Uniche certezze ormai acquisite riguardano la datazione della composizione, l’ultimo ventennio del Duecento, e la provenienza fiorentino del suo compilatore.
Non si conosce quindi né il nome dell’autore, né l’assetto e il titolo originari.
Alcuni studiosi sono stati indotti ad ipotizzare persino l’esistenza di più autori, date certe differenze nella tecnica narrativa dei racconti e il diverso livello culturale che talora lasciano sottintendere.
Più generale però è la posizione che ammette che a spiegare certe difformità di forma e stile basti la varietà delle fonti impiegate, spesso riprese letteralmente, e quindi è più verosimile l’attribuzione ad un unico compilatore la sistemazione dei materiali, la registrazione di aneddoti correnti o di novelle già accolte in altri testi volgari, la composizione del Prologo e alcuni racconti.
La fisionomia primitiva della raccolta non è purtroppo conservata né nei manoscritti noti, né nelle antiche stampe. Successivi rimaneggiatori modificarono infatti l’ordine delle novelle, riducendone forse anche il numero e facendo precedere ognuna di esse da una didascalia sintetica e non sempre corretta. Fu comunque la redazione di sole cento novelle quella accolta e diffusa dalle edizioni a stampa, a partire dalla prima del 1525, che il curatore, Carlo Gualteruzzi, intitolò Le ciento novelle antike. Proprio in una lettera inviata a Gualteruzzi da Giovanni della Casa (1503–1556), datata 27 luglio 1525, troviamo attestato per la prima volta il termine Novellino, con il quale ora si designa l’opera, e che entrò nell’uso con le edizioni ottocentesche.
Per quanto riguardo lo stile e la poetica dell’opera, va subito sottolineato (è lo stesso autore a farlo, fornendo queste indicazioni già nel Prologo) che la finalità morale, presente nella maggior parte della produzione medievale, non appare nel Novellino. Non mancano certo richiami alle norme cristiane di comportamento e si fa risalire la composizione dell’opera ad un intento didattico, ma si tratta di un insegnamento laico, che vuole diffondere la sapienza e l’arte della parola, sottolineando inoltre che le novelle vengono narrate per divertire oltre che ammaestrare. L’efficacia della narrazione, contrassegnata dal gusto per uno stile conciso ed elegante, epigrammatica, ispirata all’ideale retorico della brevitas, si avvale di una sintassi elementare, chiara e ordinata, basata sulla paratassi, riproduce l’immediatezza del linguaggio parlato.
Il contenuto delle novelle è assai vario, come vari sono i materiali narrativi utilizzati. Nel prologo si fa riferimento ai testi come a fiori di parlare e belli risposi, cioè a detti o discorsi notevoli per eleganza e sagacia, e risposte pronte e argute, ma anche a belle cortesie, belle valentie, belli donari e belli amori, atti cioè di cortesia, di prodezza, di liberalità e avventure romantiche.
Cercando un più rigido schematismo (forzando l’elasticità e freschezza del testo) si possono individuare dei blocchi di novelle che si succedono per temi specifici: saggezza, magnanimità, vizi e virtù, con una più intensa presenza di motti giocosi e arguti verso la fine della composizione.
I racconti ezzeliniani
Sono due le novelle che hanno Ezzelino da Romano come protagonista (la numero 30 e la numero 84).
Nella novella 30 viene narrato un aneddoto nel quale egli appare addirittura vittima dell’arguzia del
suo personale “novellatore”. Infatti a costui, una notte, Ezzelino aveva chiesto di raccontare delle storie, ma il novellatore aveva solo un gran voglia di dormire. Ob torto collo il narratore comincia a raccontare “d’un villano, che avea suoi cento bisanti: il quale andò a uno mercato, a comperare berbìci, ed èbbene due per bisante”. Giunto quindi, con le sue duecento pecore ad un fiume, il contadino pregò un “pescator povero, con un suo burchiello a dismisura piccolino” di traghettarli sull’altra sponda. E così accadde. “Allora il villano cominciò a passare con un barbìce, e cominciò a vogare. Lo fiume era largo. Voga e passa.” Ma a questo punto il narratore si arrestò. “Ed Azzolino disse : - Va’ oltre!” Ma il narratore rispose: “ Lasciate passare le pecore, e poi racconterò il fatto.” E siccome le pecore non sarebbero passate che “in uno anno, (…) intanto puoté ben ad agio dormire”.
Nella novella 84 si narrano ben sei aneddoti riferiti ad Ezzelino.
Fra tutti, il più famoso probabilmente è quella che vede il confronto tra lui e Federico a proposito di quale spada fosse più bella: quella dell’uno o quella dell’altro. Federico, allora, trasse la sua dal fodero, “ch’era meravigliosamente fornita d’oro e di pietre”. Al che Ezzelino, pur riconoscendo la bellezza dell’arma dell’imperatore, estrasse la sua. “Allora, seicento cavalieri, ch’erano con lui, trassero tutti mano alle loro. Quando lo ‘mperadore vide le spade, disse che ben era la più bella”.
Un altro aneddoto vede un contadino querelare un tizio, accusandolo di avergli rubato delle ciliegie. L’accusato si difendeva asserendo che ciò sarebbe stato impossibile a causa della siepe che impediva l’accesso al fondo. Allora Ezzelino ordinò un sopralluogo e, avendo appurato che l’accusato aveva ragione, condannò il querelante perché aveva riposto fiducia “più nelli pruni, che nella sua signoria” . L’altro venne liberato.
Ma è un altro l’episodio che, opportunamente rivisto e corretto, venne usato dalla tradizione per accrescerne la fama di tiranno sanguinario. Narra il Novellino che Ezzelino, un giorno, mandò un banditore per avvisare che intendeva fare beneficenza e che tutti i poveri si presentassero a lui. Avrebbero ricevuto abiti nuovi e cibarie. Il giorno fissato un gran numero di poveri e nullatenenti si presentarono. I tesorieri del da Romano, fattili spogliare, li rivestirono con abiti nuovi e diedero loro anche da mangiare. Ma “quelli rivoleano i loro stracci; ma neente valse, ché tutti li mise in un monte e cacciovvi entro fuoco. Poi vi trovò tanto oro e tanto argento, che valse più che tutta la spesa; e poi li rimandò con Dio”.
Il Novellino insomma accenna alla “proverbiale” crudeltà del da Romano in questo unico episodio. Tanto bastò però alla tradizione successiva per dimenticare gli atti di coraggio, di originalità e (addirittura) di ilarità raccontati nelle altre novelle e presentare Ezzelino esclusivamente come sanguinario e demoniaco tiranno. Uno stereotipo che avrà grandissimo seguito letterario da Boccacio fino ad Oscar Wilde, ritagliando ancora una volta addosso al da Romano un’aura nera, tanto cara ai suoi avversari politici.
Le novelle
XXX
Qui conta d'uno novellatore ch'avea messere Azzolino
Messere Azzolino di Romano avea un suo favolatore, al quale facea favolare la notte quando erano le notti grandi di verno. Una notte avenne che 'l favolatore avea grande talento di dormire, et Azzolino il pregava che favolasse.
E 'l favoliere incominciò una favola d'uno villano che avea suoi cento bisanti, il quale andò a uno mercato a comperare berbici, et ebbene due per bisanto. Tornando con le pecore sue, uno fiume ch'avea passato era molto cresciuto per una grande pioggia che venuta era. Stando alla riva, brigossi d'accivire in questo modo: che un povero pescatore avea un suo piccolo burchiello (sì a dismisura piccolo, che non vi capea più che 'l villano e una pecora per volta); allora il villano cominciò a passare. Il fiume era largo. Misesi con una berbice nel burchiello e cominciò a vogare. Voga e passa.
E lo favolatore fue ristato, e non dicea più. Messere Azzolino disse:
«Andè oltra».
E 'l favolatore disse:
«Messere, lasciate passare le pecore, poi conteremo il fatto».
Le pecore non sarebero passate in uno anno, sicché intanto potea bene ad agio dormire.
LXXXIV
Come messere Azzolino fece bandire grande pietanza
Messere Azzolino Romano fece una volta bandire nel suo distretto (et altrove ne fece invitata) che volea fare una grande limosina: e però tutti i poveri bisognosi, uomini come femine, et a certo die, fossero nel prato suo, et a catuno darebbe nuova gonnella e molto da mangiare.
La novella si sparse. Trasservi d'ogni parte.
Quando fu il die della ragunanza, i siniscalchi suoi furo tra•lloro con le gonnelle e con la vivanda, et a uno a uno li facea spogliare e scalzare tutto a ignudo, e poi li rivestia di panni nuovi e davali mangiare. Quelli rivoleano i loro istracciati, ma neente valse: ché tutti li mise in uno monte, e cacciovi entro fuoco. Poi vi trovò tanto oro e tanto ariento, che valse più che tutta la spesa; e poi li rimandò con Dio.
Et al suo tempo li si richiamò un villano d'un suo vicino che•lli avea imbolato ciriege. Comparìo l'accusato e disse:
«Mandate a sapere se ciò può essere: perciò che 'l ciriegio è finemente imprunato».
Allora messere Azzolino ne fece pruova, e l'accusatore condannò in quantità di moneta però che si fidò più nelli pruni che nella sua signoria, e l'altro diliberò.
Per tema della sua tirannia, li portoe una vecchia femina di villa un sacco di bellissime noci, alle quali non si ne trovavano simigliante. Et essendosi ella il meglio acconcia che poteo, giunse nella sala dov'elli era co' suoi cavalieri e disse:
«Messer, Dio vi dea lunga vita».
Et elli sospecciò e disse:
«Perché dicesti così?».
Et ella rispuose:
«Perché se ciò sia, noi staremo in lungo riposo».
E quelli rise e fecele mettere un bel sottano, il quale le dava a ginocchio, e fecelavi cignere su, e tutte le noci fece versare per lo smalto della sala e poi a una a una lile facea ricogliere e rimettere nel sacco; e poi la meritò grandemente.
In Lombardia e nella Marca si chiamano le pentole «ole». La sua famiglia avevano un dì preso un pentolaio per malleveria e, menandolo a giudice, messer Azzolino era nella sala. Disse:
«Chi è costui?».
L'uno rispuose:
«Messer, è un olaro».
«Andà•lo ad impendere».
«Come, messere, che è un olaro!».
«Et io però dico che voi l'andiate ad impendere!».
«Messere, noi diciamo ch'egli è un olaro!».
«Et ancor dico io che voi l'andiate ad impendere!».
Allora il giudice se n'accorse: fecelne inteso, ma non valse: ché, perché l'avea detto tre volte, convenne che fosse impeso.
A dire come fu temuto sarebbe gran tela: e molte persone il sanno. Ma sì rimanterrò come, essendo elli un giorno con lo 'mperadore a cavallo con tutta lor gente, si ingaggiaro chi avesse più bella spada. Sodo, lo 'mperadore trasse la sua del fodero, ch'era maravigliosamente fornita d'oro e di pietre. Allora disse messere Azzolino:
«Molto è bella, ma la mia è assai più bella»: e trassela fuori. Allora seicento cavalieri ch'erano con lui trassero tutti mano alle loro.
Quando lo 'mperadore vide le spade disse che ben era più bella.
Poi fu messer Azzolino preso in battaglia in uno luogo che si chiama Casciano; e percosse tanto il capo al feristo del padiglione, ov'era legato, che s'uccise.







