Forse non potrà mai riposare in pace Ezzelino da Romano, inquieto ghibellino, incapace di inchinarsi di fronte al potere temporale del papa e per questo condannato (anche, assurdamente, ai nostri giorni!) a non vedere mai riconosciuta la sua grandezza.
Ma se la vicenda storica di Ezzelino è ormai inscindibile dalla sua leggenda, lo si deve in gran parte alla letteratura che da essa ha attinto fatti e personaggi, vicende e aneddoti, storie del popolo e di predicatori, contribuendo ad alimentare un mito che il partito guelfo ha strumentalizzato per almeno per mezzo millennio.
Oggettivamente però, questa situazione era incontrovertibile, perché di fatto, già ai suoi contemporanei era chiaro che Ezzelino da Romano era una leggenda già in vita.
Non può sorprendere questa considerazione:
se nel 1827, nel secolo delle “magnifiche sorti e progressive”, Jean-Baptiste Pérès può pubblicare un saggio in cui dimostra che Napoleone Bonaparte non è mai esistito (e l’Imperatore dei francesi era morto da appena 6 anni) !; se in pieno xx secolo, in ogni parte del mondo, si può incontrare il fantasma di Elvis Presley; se quotidianamente la cronaca si riempie di frodi ai danni di chi si affida a maghi, tele-esorcisti, guaritori e fattucchiere, perché dovrebbe sorprendere che si siano attribuiti poteri soprannaturali ad Ezzelino?
Egli non fu solo un abile condottiero, ma anche un uomo politico capace di interpretare in modo completamente nuovo la gestione del potere, arbitro su un territorio vasto ed eterogeneo, frammentato e in continua lotta tra Comuni e nobiltà feudale, artefice di un progetto statale che troverà piena attuazione soltanto due secoli più tardi.
La suggestione creata dai grandi uomini ha sempre generato le più inverosimili credenze.
Se la poesia ha immaginato Alessandro Magno figlio di Zeus, anziché di Filippo, perché non dovrebbe considerare Ezzelino figlio del Diavolo, come lo volle Albertino Mussato, nella sua “Eccerinide”?
Così, se già nelle cronache e nei resoconti “storici” delle sue azioni si indugia in sconfinamenti in ambiti prettamente letterari (ad esempio, scrivendo in versi) anziché cercare rigore storiografico, la letteratura ha compendiato la realtà, aggiungendo suggestione a suggestione, facendo del da Romano una leggenda. Una leggenda nera.
Cantarono questo mito maledetto generazioni di poeti e di scrittori, dai maggiori italiani (Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Ludovico Ariosto, Alessandro Tassoni, solo per citare i più noti) a famosi scrittori e lirici d’Oltralpe, come Percy Shelley e Oscar Wilde: a sottolinearne il carattere internazionale. Dall’ignoto curatore del Novellino (ultimo ventennio del Duecento) ai romanzi di Marco Salvador (2009): a dimostrarne la continuità, fino ai giorni nostri.
Ezzelino, la sua storia e la sua leggenda non sono mai stati insomma, “materia” esclusiva degli storici. Le lettere ci hanno tolto, probabilmente per sempre, la possibilità di conoscere la verità, ma ci hanno regalato qualcosa di infinitamente più prezioso: l’immortalità.
Sottraendo alla storiografia il compito di raccontare la vita e le gesta di Ezzelino infatti, egli è stato consegnato alla fantasia del suo popolo, ai colori dell’arte, alla seduzione della scrittura.
Vagherà ancora inquieto lo spirito di quest’uomo, perché colpevole di non essersi inginocchiato di fronte ai dogmi di un papato corrotto e falso, di non inginocchiarsi mai di fronte ai dogmi della storiografia.



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